ildoppiosegno al fuorisalone

di Monica Ferrigno e Carlo Dameno.
Puoi vedere i nostri progetti nel sito WWW.ILDOPPIOSEGNO.COM

mercoledì 21 settembre 2011

...continua...


venerdì 14 ottobre
personale di Manuela Furlan 
presso ildoppiosegno design studio
i lavori di Manuela su: http://www.manuelafurlan.altervista.org/














"Noi non ricordiamo gli anni, né i mesi, nemmeno i giorni per intero, ma i momenti. Nel suo scorrere
indifferente e ineluttabile il tempo talvolta inciampa, lascia traccia di caduta come un fermo
immagine nella nostra memoria. Il ritmo della narrazione si annoda in istanti e in accadimenti che
trasmutano dalla realtà esterna a quella interna. Si imprimono negli occhi e poi nella memoria,
vengono evocati nei sogni, nell'immaginazione fulminea che vive di dettagli.


Manuela Furlan ha la sensibilità, l'attenzione per la caduta nell'attimo di cui siamo soggetti o
spettatori, o forse meglio: testimoni.

Le scene rappresentate nella sua pittura agilissima, nervosa, introversa e competente, frutto di uno
sguardo per nulla avido, ma in allerta, sono di una lucidità analitica tesa e inquietante, sono
emersioni eruttive di vita e movimento.

La velocità è un lusso per l'artista contemporaneo, conquistato asceticamente, dove per askesis non
si intende nulla di effimero o nobilmente spirituale, ma quel che originariamente significava:
esercizio. E' nella rapidità infatti che si gioca la differenza tra lo scarabocchio e l'opera d'arte. Tocca
dirlo ancora? Si. Con la raccomandazione di rileggere le Lezioni americane di Calvino, per
avvicinarsi alla cultura dell'arte contemporanea.


I segni sono pochi, sono esatti, sono denotanti e non descrittivi né didascalici.

Furlan potrebbe anche non firmare i suoi lavori, in un mondo ideale beninteso, perchè la sagoma di
un ragazzo, di un vecchio e di un cane hanno il carattere di una firma a mano, requisito che permane
ostinatamente anche nella virtualità del nostro mondo evaporato nella tecnologia.

Busti e gambe di cui si percepisce la massa muscolare sotto i calzoni.

Mani intrecciate rigonfie e deformate dall'artrite che sorreggono una testa dallo sguardo perso, dalle
palpebre oblique sotto il peso degli anni, dei giorni che si accaniscono a risorgere. Uomo al caffè,
più che il ritratto di un uomo, è la rappresentazione della radicalità di uno stato d'animo sigillato in
una tristezza composta, in un'angoscia trattenuta, arresa, svelata dall'artista con tocco incandescente
aranciato che macchia il corpo incolore, in un ambiente diafano e fantasmatico di un gerontocomio
preso a ore, al prezzo di un caffè.

La presenza di un cane a volte catturato dal colore, compare in molte delle opere di Furlan.

Ad apparire randagio è l'umano, che gli sta vicino. Il suo volto è quasi sempre incompiuto,
addirittura cancellato da una pennellata impietosa. Rimane in lui il corpo animale, il corpo vitale
che passeggia con andatura meccanica, e si ferma se si ferma il cane, con la paletta in mano per
asportare i suoi escrementi. Una vita diligente, la sua, una condotta civile, una lotta afona con un
ambiente che lo sopraffà, lo inghiotte con una matericità ispessita, raggrumata, raggrinzita, lo
permea di sé, e da cui può uscire a tratti, a momenti, con la rivincita del nero che salva i suoi
contorni.

Chi si impone sulla scena è il cane. La sua anatomia, la sua dinamicità, le fauci aperte per l'abbaio
furibondo di fronte ai nonnulla di un'esistenza, di un mondo, che per l'uomo sono sempre così poco
interessanti...L'uomo non ha rabbia. La rabbia la prendeva per il morso di un cane ammalato. Poi
hanno inventato l'antirabbica, benemerita certo, insieme a una congerie ovattata di vaccinazioni
emozionali che ci hanno addestrati all'oblio e a una mansuetudine mascherata da serenità come
nessun animale mai.

La persona è stata liquidata dalla relazione, dall'appartenenza viva e volontaria a una comunità. Due
seduti su una panchina, guardano in direzioni opposte per non correre il rischio di incrociare gli
sguardi. La donna non è bionda, ma gialla come il cavallo alle sue spalle che occupa la sua
inconsistenza piantandole gli zoccoli nel petto.

C'è un grande atto di sovversione nell'uso del colore. Il lilla che intride un'opera su cartone è uno
sberleffo alla vie en rose. I soggetti sono uno più uno, e non faranno mai due, anche avessero
passato la vita insieme.

Quel cane che ritorna è un intruso. Copritelo con la mano, e rimarrà un bellissimo quadro. Prima o
poi però dovrete toglierla, e vi ricorderete delle intrusioni, della tolleranza forzata, del dover
prendersi cura, del sentimento dell'amore che per lo scrittore Jonathan Safran Foer è “fare per me
cose che si hanno in odio. E' questo che significa essere una famiglia”. 

Cristina Muccioli
critico d'arte.

 
 
 

Nessun commento:

Posta un commento